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Casal di Principe, come nessuno l’ha mai raccontato

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C’è un filo che lega il mio mal di testa presente – ora che tento di sollevarmi dal divano, ora che il sangue defluisce dal cervello e la pressione si abbassa – col mio più lontano ricordo, il primo, che non so neanche bene quale sia; forse quella volta, sulla domiziana, quando mio padre con la sua seicento bianca fece una sosta che sembrava quella di una carovana nel deserto, con tutta la famiglia alla ricerca di un qualcosa che non ricordo; o forse l’altra, quando mia cugina Emma – come ho ricostruito soltanto molti anni più tardi – infilò, bambina, la testa tra i pilastrini della balconata di casa mia e suscitò in tutti un grande spavento non riuscendo più a tirarla fuori. Sono fatti lontanissimi dall’oggi eppure in qualche modo collegati a emozioni che ancora resistono in me. A volte mi sembra incredibile.
C’è qualcosa che unisce il presente: Firenze, gli amici e i colleghi dell’Agenzia, Gigio, Sanetto, il Mani con Casal di Principe, l’infanzia, Tommasino, Nicola e mia madre che mi prende per mano e mi conduce all’asilo dalle suore in via Croce.
Questo filo è tutta la mia vita.

Un accumulo di avvenimenti, apparentemente caotico, durato cinquant’anni. Cinquant’anni di morte e resurrezione.

Ogni sera cado nel sonno e nell’oblio. Ogni mattino mi alzo e risorgo: nuovo e un po’ diverso. Certe volte, esagerando un po’, provo a immaginarmi come un Mosè in mezzo alle acque. Potenza della suggestione. Il passato da una parte col suo carico di fatti arcinoti, perché raccontati oralmente a più non posso, fino a diventare tratto stereotipato dell’identità personale, oppure obliati del tutto perché frequentati poco o poco indagati; dall’altra il futuro, con le sue pagine di storie, si spera ancora tutte da scrivere.

E in mezzo il presente, come paesaggio in movimento, come passaggio continuo e instabile di tempo, come raccordo. Forse il presente è davvero l’unico tempo che esiste – come provano a sostenere alcuni eretici – ma è esso stesso inafferrabile.
Tuttavia in questo presente mi sento accompagnato da visioni – sebbene non beva e non faccia uso di droghe classiche: ma una mia “droga” particolare ce l’ho, ed è la passione che mi unisce con forza alla pura esistenza, alla bellezza di cui è pieno il mondo della vita e che per incultura a volte, a volte per sbadataggine, non percepiamo appieno.
Altre volte no, altre volte invece vediamo; e io vedo nell’Arno, e dappertutto intorno, un flusso potente di energia; una forza che trascina altri mondi; grandi alberi, paesaggi mirabili disegnati dall’uomo e una città che ha perso la sua potenza storica, che ha perso il suo primato politico e culturale forse, ma non la sua bellezza, non la sua magia.
E Firenze mi sembra possa essere ancora un luogo felice per la mente se ci si lascia prendere.
E io ho deciso a un certo punto – sebbene non sappia dire precisamente quando – che era il caso di lasciarsi contagiare da questa città, dalla gente che qui si può incontrare; gente che arriva da quasi tutte le latitudini del mondo con la sua insopprimibile diversità.

Lasciarsi interrogare, lasciarsi contaminare dalla differenza diventa allora quasi inevitabile e, di conseguenza, non si può non riflettere sulla propria peculiarità culturale; non si può non avere voglia di approfondirla, di conoscerla più a fondo.

Così a un certo punto sono stato preso dalla voglia di indagare, di conoscermi raccontandomi, reinventando storie – per quanto ne sono capace – con il prevalente desiderio di ricordare e di filtrare, attraverso la distanza spaziale e temporale, i fatti della mia vita, che non sono certo eclatanti, ma che possono destare curiosità in chi conosce la stampa e le cronache che hanno tracciato solo gli aspetti negativi di Casal di Principe; per chi invece lì ci vive e abita e sa, ricordo con quanta fatica e quanta dedizione, molti di noi hanno cercato di immaginare un futuro che non sia sotto l’egida della criminalità.

Così, cogliendo anche l’occasione offertami da Zoom In, il giornale dell’associazione Sinistra duemila, e sebbene vivessi abbastanza stabilmente a centinaia di chilometri, ho iniziato su quelle pagine a rievocare fatti privati o pubblici, tratti dalla mia biografia e non, ma sempre collegati a doppio filo al contesto del mio luogo natio.
Raccontando me stesso, ho cercato di delineare un’immagine di questa realtà che non fosse il solito cliché, ma qualcosa di vivo e complesso; qualcosa che solo chi ci è stato e ci sta dentro, chi ha vissuto immerso in quelle atmosfere, può conoscere e rappresentare evitando semplificazioni e mistificazioni. Sono nati in questo modo la maggior parte dei brevi racconti presenti in questa raccolta.

Racconti eterogenei per tono e ispirazione ma tutti uniti dal filo della unicità dell’io narrante che nella finzione giornalistica era un certo Cizzeta, pseudonimo nato dalla nominazione delle lettere iniziali del nome e cognome dell’autore e che, nella realtà della stesura finale e qui definitiva, è un io che svolge le funzioni di seconda voce, talvolta sincera, talaltra alterata, dello stesso autore. In questa raccolta però non ci sono tutti i racconti apparsi su Zoom In, alcuni ho ritenuto di doverli escludere per diverse ragioni che non è necessario approfondire; d’altra parte ve ne sono inclusi altri assolutamente inediti. […]

La speranza, non sottaciuta, è quella di contribuire, rivisitando il suo passato, a vedere la città rifiorire.

Cesare Zumbolo, “Una specie di introduzione” in CASALE AFRICANO, Fratini editore 2013, pp. 13-18

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